di Massimo Reina
In Italia capita di tutto, ma quando si supera il confine del grottesco lo si fa sempre con una certa eleganza radical chic.
Prendete Romano Floriani Mussolini, bisnipote del Duce, classe 2003, che ha appena esordito in Serie A con la Cremonese. Ragazzo normale, uno che rincorre un pallone come tanti altri, solo che sulla carta d’identità porta un cognome ingombrante come un Tir in una stradina di campagna.
E allora apriti cielo: mica per come gioca, per come corre, o per come difende. No, il problema è che si chiama Mussolini. Anzi, non lui: il cognome. Il ragazzo è nato nel 2003, ottant’anni dopo la Marcia su Roma, ma per i nostri finti progressisti col Rolex e l’aperitivo bio in mano, la colpa dei padri, dei nonni e pure dei bisnonni deve cadere sui figli e sui nipoti. Una sorta di Damnatio cognominis: se ti chiami Rossi puoi pure far fallire una banca, se ti chiami Mussolini non puoi nemmeno calciare un pallone senza che Repubblica o il Pd insorgano.
E così, soluzione “geniale”: in maglia non “Mussolini”, ma “Romano”. Anti-polemiche, dicono. Come se bastasse togliere un cognome per cancellare la storia. Domani magari se uno si chiamerà Hitler, basterà stampare “Giovanni” e tutti felici. Ma se uno si chiamasse Stalin, Clinton o Nethanyau – tranquilli – zero problemi: al massimo una maglietta celebrativa da vendere all’università occupata.
È la solita schizofrenia all’italiana: se ti chiami Mussolini sei condannato all’ergastolo sociale. Puoi pure essere un bravissimo ragazzo, ma sarai sempre bollato. E la condanna non arriva dai nostalgici del Ventennio, ma dai sedicenti paladini della libertà, quelli che parlano di diritti, inclusione, e “mai più discriminazioni”. A patto che tu non abbia il cognome sbagliato.
Insomma, Romano ha esordito e pure bene, decisivo per la vittoria. Ma a far notizia non è il cross o il contrasto, bensì l’ennesima farsa italica: la caccia al cognome. Intanto, nelle stesse curve, i cori razzisti contro i giocatori di colore passano per “folklore”, le minacce agli arbitri per “passione”, gli striscioni inneggianti a stragi come quella dell’Heysel per “colore”. Ma il vero scandalo è un diciannovenne che porta il cognome che la sorte gli ha affibbiato.
Benvenuti nel Paese dove il razzismo si combatte col razzismo al contrario, l’ipocrisia è sport nazionale e la sinistra radical chic riesce sempre a scegliere la battaglia sbagliata. Come dire: tutto cambia, ma il ridicolo resta eterno.
E per chiudere, giusto due note che i censori col ditino alzato fingono di ignorare: il nonno del ragazzo, Romano Mussolini (Forlì, 26 settembre 1927 – Roma, 3 febbraio 2006), non faceva politica ma jazz: pianista, compositore e pittore apprezzato in mezzo mondo. La zia, tramite Maria Scicolone, è niente meno che Sophia Loren, icona italiana nel mondo. E il padre si chiama Mauro Floriani, un uomo che ha fatto la sua vita lontano da pallone e nostalgie. Ma evidentemente a certi “democratici” non basta: per loro, il ragazzo resterà sempre e solo un cognome. E in Italia, si sa, il cognome pesa più di un gol o delle qualità (anche in politica, per fare carriera e alzare il ditino...).

