Dai lettini in spiaggia alla stanza d’albergo, il conto lievita ovunque. Quando la vacanza diventa un privilegio per pochi, forse è il momento di fermarsi a riflettere
di Fiore Sansalone
Sessanta euro per due lettini e un ombrellone. Nove euro per una pizza margherita. Tre euro per un gelato al banco. Un euro e ottanta per un caffè servito in piedi, senza vista mare.
Prezzi che, per molti italiani, stanno trasformando la vacanza in un lusso fuori portata. E non si parla solo di mete di grido o stabilimenti esclusivi: il fenomeno riguarda località medie, piccoli centri costieri, città d’arte, borghi di montagna. Ovunque, la sensazione è la stessa: c’è qualcosa che non torna.
È vero, l’estate è il momento dell’anno in cui si concentra il grosso del fatturato per molte attività. È altrettanto vero che l’inflazione e l’aumento dei costi energetici hanno inciso profondamente sui bilanci degli operatori turistici. Ma c’è una soglia oltre la quale l’aumento smette di essere comprensibile e diventa sproporzione. Quando un hotel di fascia media, senza piscina né spa, chiede 700 euro per tre notti a una famiglia di tre persone, forse il problema non è solo l’adeguamento ai costi
Non si tratta di demonizzare la categoria dei commercianti, né di ignorare le difficoltà economiche che molti di loro affrontano. Ma è lecito porsi una domanda scomoda: non è che qualcuno ci marcia? Non è che, dietro la retorica del “è il mercato”, si nasconde talvolta una speculazione sistematica, giustificata dall’assenza di controlli, dalla pressione turistica o dalla semplice consuetudine?
Il punto non è solo il prezzo, ma il rapporto tra costo e servizio. Se pago nove euro per una pizza che altrove costa sei, mi aspetto almeno una qualità eccellente. Se una stanza d’albergo ha il costo di un weekend europeo in una capitale straniera, mi aspetto accoglienza, pulizia impeccabile, cortesia. Invece, sempre più spesso, a fronte di prezzi elevati si trovano servizi minimi, offerte standardizzate, poca attenzione al cliente. Il paradosso è che proprio nei luoghi più cari manca, spesso, ciò che dovrebbe fare la differenza: il senso dell’ospitalità.
Il risultato? Una parte crescente della popolazione rinuncia alle vacanze o sceglie l’estero. Non per esterofilia, ma per sopravvivenza economica. Non è un caso che le mete balcaniche, la Turchia, l’Albania, la Croazia — pur con tutti i limiti infrastrutturali — registrino numeri in crescita. Offrono ciò che l’Italia fatica sempre più a garantire: prezzi accessibili, servizi dignitosi, e quella gentilezza non ancora corrotta dal cinismo stagionale.
Il turismo dovrebbe essere un volano per l’economia, non un banco di prova per la pazienza dei cittadini. E invece oggi il rischio è di svuotare le spiagge dalle famiglie, i centri storici dagli italiani, trasformando l’accoglienza in rendita e il viaggio in sacrificio.
Fermiamoci un momento e guardiamoci in faccia. La vacanza non è un capriccio: è respiro, tempo per stare insieme, una boccata d’aria dopo un anno di fatica. Se diventa un privilegio per pochi, abbiamo perso la misura. Chiediamo prezzi onesti e servizi all’altezza, regole uguali per tutti e attenzione vera da parte di chi amministra. Non servono proclami: servono scelte quotidiane, di chi vende e di chi compra. Metterci cuore, prima ancora che listini. Perché un Paese che nega il mare ai suoi figli — o un gelato senza rifare i conti tre volte — è un Paese che si fa più povero.

