di Massimo Reina
C’è una domanda che mi ronza in testa da tempo, e che ogni tanto provo a sbattere in faccia a qualche santone da salotto, a qualche editorialista col broncio d’ordinanza e a qualche professorone con il baricentro spostato a Washington: ma chi ve l’ha detto che per essere felici bisogna vivere come voi?
Chi ve l’ha sussurrato nell’orecchio – tra un prosecco a Bruxelles e un caffè lungo in qualche lounge aeroportuale – che l’unico modo “giusto” di vivere sia quello dell’Occidente, a stelle, strisce, jeans e sofficini? Chi ha scritto – su quale tavola della legge – che un essere umano, per essere considerato libero, felice, completo, debba per forza indossare una maglietta con la stampa ironica, avere uno smartphone da mille euro, conoscere a memoria le stagioni di Stranger Things e abbuffarsi di carne precotta e stracolma di antibiotici mentre scrolla TikTok?
Ma davvero pensate che l’unico Eden possibile sia un centro commerciale a luci LED?
Io ho visto gente felice in Iran. Non sto parlando degli oppositori imprigionati, né di chi viene condannato da regimi opprimenti (perché, sia chiaro, le dittature restano tali anche se fanno il pane buono). Sto parlando di donne che ridono con le amiche, di contadini che mangiano sotto il pergolato, di bambini che crescono con i nonni, che studiano il persiano antico e leggono poesia invece di idolatrare l’influencer col culo rifatto.
Ho visto gente felice a Cuba, dove le macchine sembrano uscite da un film di James Dean e la sanità, nonostante tutto, cura gratis. Gente che balla, ride, condivide. E no, non muore di fame. Magari non ha la PlayStation, ma ha qualcosa che qui si è perso da tempo: il tempo. Il tempo per parlarsi, guardarsi, toccarsi. E chi vive lì, pur conoscendo limiti e carenze, non sempre sogna di andarsene: non tutti vogliono diventare come voi, magari vogliono solo vivere in pace, con dignità e senza che qualcun altro gli bombardi la casa perché “non abbastanza democratici”.
E invece no. L’Occidente – quel Leviatano ipocrita, retto da agenzie di rating, influencer e bombe intelligenti – non sopporta l’idea che qualcuno viva diversamente, né tantomeno felicemente, fuori dai suoi confini valoriali. E allora prima manda i droni, poi i soldati, poi le ONG, poi gli economisti del Fondo Monetario e infine i consulenti del McDonald’s. Una missione civilizzatrice che fa impallidire perfino i gesuiti del Seicento. Ma almeno loro ci credevano.
E se qualcuno – un pastore afghano, un pescatore del Venezuela, un monaco birmano – osa dire: “a me va bene così, non ho bisogno del vostro modello”, ecco che scatta l’isteria collettiva. Si parla di oscurantismo, si accusa di arretratezza, si grida all’urgenza d’esportare democrazia. In valigia, oltre alla Costituzione occidentale, ci mettono bombe al fosforo, dittatori amichevoli, governi fantoccio e appalti miliardari per ricostruire ciò che hanno appena distrutto.
E così l’Occidente fa come quelle pubblicità che ti fanno odorare la felicità, ti fanno sognare un altro mondo, e poi ti lasciano col desiderio a metà. Ti strappa dalla tua realtà con la promessa del paradiso e ti abbandona nel purgatorio delle illusioni.
Risultato? Ti ritrovi a metà strada. Senza più il tuo vecchio mondo, ma senza essere mai accettato nel nuovo. Senza più i legumi del tuo campo, né i benefit della loro fabbrica. Senza più una cultura radicata, né una vera alternativa. Un ibrido, un alienato, un esiliato nel proprio Paese.
E allora torno alla mia domanda iniziale: chi vi ha autorizzato?
Chi vi ha nominati giudici dei popoli? Chi vi ha dato la patente di felicità certificata ISO 9001?
E soprattutto, quando la smetterete di ammazzare la diversità in nome della libertà?
Perché se la libertà consiste nell’imporre il nostro stile di vita a chi non lo ha scelto, allora siete solo dei colonizzatori in abito firmato, con la retorica dei diritti umani stampata sulla carta da imballaggio delle armi. E se credete davvero che la felicità coincida con un abbonamento a Netflix, un panino doppio bacon e una diretta Twitch… be’, allora non siete superiori. Siete solo tristemente standardizzati.
E forse, in cuor vostro, lo sapete pure.

