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In Italia, ogni anno, centinaia di persone si tolgono la vita nel silenzio più totale. Dietro molti di quei gesti estremi ci sono solitudini sommerse, fragilità ignorate, lavori persi e dignità calpestate

 

di  Massimo Reina

C’è un rumore che nessuno sente. Non è uno sparo, non è un tonfo. È il suono sordo di una sedia rovesciata, di una corda che tira, di un respiro che si spegne nel silenzio di una stanza chiusa. È il rumore che fa il suicidio. Ma non quello spettacolare da serie TV, con la musica drammatica e la telecamera che indugia sul volto sofferente. No. Quello vero. Quello di chi decide di uscire di scena senza chiedere permesso, senza fare rumore, senza nemmeno un applauso.

I dati dell’ISTAT

Ogni anno in Italia se ne vanno così, in punta di piedi, circa quattromila persone. Una ogni due ore. Più di dieci al giorno. E non perché sono pazze, come ancora ama pensare chi non ha mai avuto il coraggio di guardare dentro un abisso. No, si uccidono perché non ce la fanno più. Perché il dolore, la vergogna, la solitudine – non quella fisica, ma quella sociale, psicologica, che ti mangia da dentro come un tarlo silenzioso – diventano troppo forti.

Secondo i dati dell’ISTAT, sono uomini e donne di ogni età. Non solo giovani fragili e adolescenti iperconnessi. No. Sempre più spesso sono adulti, padri e madri di famiglia, cinquantenni che hanno perso il lavoro, che vivono di lavoretti in nero dopo trent’anni di contributi andati in fumo, che non vedono una via d’uscita. Gente con una vita normale, che fino a ieri rideva, lavorava, portava i figli a scuola. Gente che aveva amici, parenti, colleghi.

Eppure si sentiva sola. Terribilmente sola. Perché quel mostro che cresce nella testa – la depressione, l’umiliazione, la paura di non farcela – è un animale infido. Ti sussurra che sei un fallito, che non vali niente, che stai solo sprecando l’aria degli altri. E lo fa quando sei circondato da gente che ti vuole bene, ma che non vede. Che non sa. Che magari pensa tu sia solo un po’ giù di corda.

E in effetti, come biasimarli? In un Paese dove l’unica depressione che fa notizia è quella del PIL, dove chi perde tutto non riceve compassione ma sospetto, dove se sei povero sei colpevole, come puoi aspettarti che qualcuno ti chieda: “Come stai?” E lo faccia davvero.

Vittime di uno stato di abbandono

E quando alla ferita invisibile della depressione si aggiunge la lama sottile della precarietà, il sussurro diventa urlo. Basta un contratto a termine che scade, un capo che dice “vedremo”, un mercato che ti giudica obsoleto a trentacinque-cinquant’anni: l’ansia di non arrivare a domani si sedimenta, giorno dopo giorno, finché la mente traccia un’equazione crudele – niente lavoro uguale niente valore.

Non è un’impressione poetica: i numeri lo confermano. Uno studio congiunto di Unimore e Università di Padova mostra che è il lavoro una delle maggiori cause di suicidio e che ogni impennata di disoccupazione si traduce in un picco di morti, soprattutto tra gli uomini tra i 25 e i 64 anni e nelle donne fra i 55 e i 64. In altre parole, la paura di non poter più garantire un futuro – a sé, ai figli, a chi ti sta intorno – è un detonatore silenzioso. Così quel “mostro” di cui parlavamo smette di essere metafora e diventa statistica, cronaca, lutto.

Il paradosso è che il suicidio spesso non è figlio della povertà assoluta. È figlio dell’umiliazione. Della constatazione che la società ti ha voltato le spalle. Che la politica ti ha preso in giro. Che lo Stato, che avrebbe dovuto esserci, è stato troppo occupato a sistemare figli, nipoti, cognati, amici degli amici. A distribuire bonus a pioggia su chi ha già tre case e due stipendi, mentre il povero cristo che lavora dodici ore al giorno in nero prende 800 euro e spera in un miracolo. Ma i miracoli, si sa, in Italia li fanno solo per chi ha i santi in Parlamento.

E allora ti trovi davanti a quell’assurdità tutta italiana: se hai già tanto, ti danno di più; se non hai nulla, ti spiegano che purtroppo ci sono “vincoli di bilancio”. Come se a un ricco che guadagna 10.000 euro al mese, altri 2.000 facessero la differenza. Mentre per uno che ne guadagna 1.000, quei 1.200 sarebbero la salvezza. E invece niente. In Italia, chi ha bisogno non ha santi. E chi ha santi non ha bisogno.

 

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Info Autore
Massimo Reina
Author: Massimo Reina
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.
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