Ci sono cose che smettiamo di vedere semplicemente perché le vediamo ogni giorno.
Una strada troppo stretta, un parcheggio introvabile, un servizio digitale che si blocca proprio quando dovrebbe semplificarci la vita, una commissione bancaria che compare sul conto, un treno che arriva con un'ora e mezza di ritardo. Ci lamentiamo, certo. Borbottiamo, magari tiriamo giù qualche santo. Poi alziamo le spalle e andiamo avanti.
Ci siamo abituati. Ed è forse questa la cosa più preoccupante.
A volte serve lo sguardo di chi dall'Italia è andato via da molti anni per accorgersi che alcune cose che noi consideriamo normali, normali non lo sono affatto.
Nel video che ha ispirato queste riflessioni, un italiano che vive da tredici anni negli Stati Uniti racconta il suo ritorno nel nostro Paese e quello che definisce uno “shock culturale al contrario”: dopo tanto tempo trascorso oltreoceano, abitudini un tempo scontate gli appaiono improvvisamente strane, complicate, perfino incomprensibili.
Il primo episodio è quasi comico. Arriva al supermercato, va a prendere un carrello e lo trova bloccato: serve una moneta. Lui, ormai abituato a usare pochissimo contante negli Stati Uniti, quella moneta non ce l'ha. Una sciocchezza, certamente. Ma sono proprio le piccole cose quotidiane, quelle alle quali non facciamo più caso, a raccontare spesso il modo in cui una società è organizzata.
Poi arrivano le strade: carreggiate strette, case a pochi metri dall'asfalto, pedoni, biciclette, motorini, automobili e autobus costretti spesso a contendersi lo stesso spazio. Guidare richiede un'attenzione continua e trovare parcheggio in molte città diventa una piccola impresa quotidiana.
E noi liquidiamo tutto con una frase formidabile:
“È sempre stato così”.
Una formula con la quale in Italia si potrebbe giustificare praticamente qualsiasi cosa.
Poi c'è il caldo. Negli Stati Uniti l'aria condizionata è praticamente ovunque; in Italia, nonostante molto sia cambiato rispetto al passato, esistono ancora case e luoghi pubblici nei quali durante l'estate sembra quasi di partecipare a una prova di resistenza. Il protagonista cita perfino le chiese, con le immancabili persone che sventolano foglietti e ventagli nel tentativo di conquistare qualche secondo di refrigerio.
Qualcuno obietterà che gli americani con l'aria condizionata esagerano. Può anche essere. Ma tra trasformare ogni ambiente in una cella frigorifera e considerare normale trascorrere quaranta minuti grondando sudore dovrebbe esistere una dignitosa via di mezzo.
Il punto, però, non è soltanto la temperatura. È il modo in cui viene organizzata la vita attorno alle persone. In Texas possono esserci quaranta gradi, osserva l'autore del video, ma quando deve andare da qualche parte prende l'automobile, arriva e generalmente trova un parcheggio. In molte città italiane, invece, partire significa mettere in conto il tempo necessario per cercare un posto, camminare sotto il sole o aspettare un mezzo pubblico magari già affollato.
Ed è qui che emerge una caratteristica tutta italiana: abbiamo sviluppato una straordinaria capacità di adattamento. Se il sito non funziona, riproviamo; se il parcheggio non c'è, facciamo tre giri dell'isolato; se una procedura richiede cinque passaggi anziché uno, impariamo i cinque passaggi. Se manca un'informazione telefoniamo e, se nessuno risponde, andiamo di persona.
E magari finiamo perfino per vantarcene, come se il sapersi arrangiare fosse la soluzione e non, qualche volta, il sintomo di un sistema che ci costringe ad arrangiarci.
Magnifica qualità individuale. Pessima giustificazione per un Paese che potrebbe funzionare meglio.
Lo stesso accade con i servizi. Il protagonista entra in banca e trova commissioni e bolli che dice di non incontrare normalmente sui suoi conti americani. Poi acquista un biglietto ferroviario, il treno accumula oltre un'ora di ritardo, riceve un link per chiedere il rimborso e prova a utilizzarlo.
Non funziona.
Riprova nelle settimane successive. Ancora niente.
E qui, concediamocelo, c'è qualcosa di meravigliosamente italiano: prima creiamo il disagio, poi predisponiamo una procedura per rimediare al disagio e infine riusciamo a complicare perfino quella.
Anche l'arrivo in aeroporto diventa un confronto interessante. Negli Stati Uniti, racconta, l'aereo arriva normalmente direttamente al gate: si attraversa il jet bridge e si entra nel terminal senza uscire all'aperto. In Italia può invece capitare di scendere sulla pista, aspettare l'autobus, salirci insieme a decine di altri passeggeri e raggiungere così il terminal.
Magari ad agosto, dopo ore di viaggio e con quaranta gradi.
E anche lì scendiamo, aspettiamo, ci stringiamo sul bus, sudiamo e andiamo avanti.
È normale.
No.
È abituale. Che è una cosa molto diversa.
Naturalmente sarebbe troppo facile concludere che negli Stati Uniti tutto funzioni e in Italia nulla. Non è vero, e soprattutto non è questo il senso del video.
Perché dopo tanti confronti apparentemente impietosi arriva qualcosa che nessuna autostrada più comoda, nessun parcheggio enorme e nessun aeroporto perfettamente climatizzato possono sostituire.
Le persone.
Durante un matrimonio in Italia, l'autore si guarda intorno e vede nonni, zii, cugini, parenti, amici d'infanzia. Persone che si conoscono da una vita, che ricordano episodi dimenticati e continuano a fare parte della stessa storia. Negli Stati Uniti, racconta, ci si sposta continuamente per studiare, lavorare, cercare opportunità. Ed è anche uno degli aspetti che ama di quel Paese. Ma tutto ha un prezzo: le persone alle quali vogliamo bene possono finire a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
A quel punto il confronto cambia completamente significato.
L'America gli ha mostrato che molte cose possono essere organizzate in maniera più semplice e comoda. L'Italia gli ricorda che non tutto ciò che conta può essere misurato in efficienza.
Non dobbiamo scegliere tra un Paese che funziona e un Paese nel quale si sta bene insieme.
Non c'è nessuna ragione per cui un servizio digitale debba funzionare male perché abbiamo famiglie unite. Non dobbiamo scegliere tra treni puntuali e tavolate con gli amici, tra aeroporti efficienti e rapporti umani.
Possiamo pretendere entrambe le cose.
Possiamo chiedere infrastrutture migliori, meno burocrazia, servizi più semplici, città più vivibili e amministrazioni che ricordino finalmente che anche il tempo dei cittadini ha un valore.
E possiamo contemporaneamente difendere ciò che ancora rende speciale questo Paese: i rapporti, le famiglie, gli amici che restano, quelle persone che dopo vent'anni possono ancora ricordarci com'eravamo.
Perché forse il vero problema dell'Italia non sono nemmeno le cose che non funzionano.
È che abbiamo imparato a conviverci così bene da non indignarci quasi più.
E allora sì, qualche volta potrebbe farci bene guardare l'Italia con gli occhi di chi è stato lontano: per accorgerci di quello che dovremmo finalmente cambiare e, prima che sia troppo tardi, di quello che non possiamo permetterci di perdere.

