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di  Monica Vendrame

Una donna viene decapitata in un casolare abbandonato alle porte di Firenze.

Non è l’inizio di un romanzo nero, ma una notizia di cronaca italiana del 2026. Si chiamava Silke Sauer, aveva quarantaquattro anni e viveva ai margini, invisibile finché la sua morte non è diventata impossibile da ignorare. Accanto al suo corpo è rimasto il cane, a fare la guardia a ciò che lo Stato non aveva saputo proteggere.

Poche ore dopo emerge il profilo dell’uomo fermato: senza fissa dimora, irregolare sul territorio, già noto alle forze dell’ordine, già sottoposto a misure di controllo, già protagonista di episodi di forte instabilità. E con questa sequenza di “già” inizia qualcosa che conosciamo fin troppo bene: la sensazione che la tragedia non sia stata un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo passaggio di una storia che qualcuno aveva visto svilupparsi senza riuscire a fermarla.

A quel punto arrivano le spiegazioni ufficiali. I dati dicono che l’Italia vive un’escalation di violenza. Gli stessi numeri mostrano anche altro: nelle aree della marginalità estrema, ma non solo, e in alcune tipologie di reato, le persone irregolari risultano presenti in misura molto superiore rispetto alla loro incidenza reale nella popolazione. Non è un giudizio morale, è una conseguenza sociale. Vivere fuori da ogni stabilità giuridica e materiale significa spesso vivere fuori anche dai meccanismi di prevenzione.

Il problema non è l’immigrazione in astratto. È l’irregolarità permanente trasformata in normalità amministrativa.

Lo Stato italiano sembra incapace di scegliere: integrare davvero oppure allontanare davvero. Nel mezzo resta l’abbandono. Persone fragili, talvolta pericolose, continuano a muoversi dentro spazi urbani dove assistenza sociale, sanità mentale e sicurezza pubblica non comunicano abbastanza tra loro. Si interviene quando l’emergenza esplode, raramente prima.

Non è l’eccezionalità della violenza a spaventare, ma la normalità dell’impotenza davanti a chi avrebbe dovuto essere fermato prima.

E così ogni tragedia genera lo stesso dibattito sterile. C’è chi riduce tutto alla paura e chi teme persino di nominarla. Ma ignorare ciò che molti cittadini percepiscono non rende la società più giusta; rende solo più profonda la distanza tra istituzioni e realtà quotidiana.

Non è razzismo chiedere che l’irregolarità non diventi un limbo infinito. Non è estremismo pretendere che persone già segnalate per violenza o grave instabilità non vengano semplicemente restituite alla strada senza un percorso reale. È una richiesta minima di responsabilità pubblica.

Perché ciò che inquieta non è vivere in un Paese statisticamente violento. È vivere in un Paese dove alcune tragedie sembrano sempre identiche: stessi segnali, stessi vuoti, stesso stupore finale.

E ogni volta diciamo che non si poteva prevedere.

Ma la verità più scomoda è un’altra: lo prevediamo tutti, tranne il sistema che dovrebbe impedirlo.

 

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Info Autore
Monica Vendrame
Author: Monica Vendrame
Biografia:
Vive a Pegli, affacciata sul mare di Genova. Direttrice editoriale del quotidiano online La Voce agli Italiani, redattrice de "La Voce del Savuto", unisce rigore giornalistico e sensibilità umana, occupandosi di attualità, cultura e temi sociali. Vicepresidente dell’Associazione culturale Atlantide, promuove eventi e progetti dedicati all’arte e alla parola. Scrittrice e poetessa, sta lavorando al suo primo volume di liriche. Ama la fotografia, la lettura, l’arte in ogni forma e ha uno sguardo attento alle sfumature della vita.
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