Dal vinile come gesto quotidiano alla musica come archivio emotivo: il DJ e selezionatore siciliano che trasforma la ricerca in racconto culturale
di Massimo Reina
C’è sempre un momento preciso in cui la musica smette di essere intrattenimento e diventa un fatto culturale. Non succede nei grandi festival, né nelle playlist algoritmiche lucidate a specchio.
Succede più spesso in luoghi marginali, tra scaffali polverosi, in un mercatino dove il passato non è nostalgia ma materiale ancora vivo. È lì che si muove Mirko Fanciullo.
Fondatore di Vinile del Giorno, progetto che ogni giorno rimette in circolo un disco “dimenticato” — pescato tra negozi dell’usato, fiere, collezioni private e derive casuali del caso — Fanciullo ha costruito una pratica che è insieme gesto curatoriale e atto politico leggero: sottrarre la musica alla velocità del consumo per restituirla alla sua durata.
Non c’è nulla di romantico, almeno nelle intenzioni. O meglio: il romanticismo, se c’è, è quello sporco, materiale, quello che si attacca alle dita quando si sfoglia una copertina consumata. Il vinile, qui, non è un feticcio ma un dispositivo di memoria. Un supporto che resiste, perché non vuole scomparire.
La sua attività di DJ segue la stessa traiettoria. Nei set di Fanciullo non c’è l’ossessione della contemporaneità, né la corsa all’inedito a tutti i costi. C’è piuttosto una costruzione narrativa del suono che attraversa territori diversi: la tradizione popolare del Sud Italia, le derive della world music, le schegge wave più romantiche e laterali, fino a incursioni in zone che oggi definiremmo semplicemente “rimosse”.
Ma il punto non è il repertorio. È il metodo.
Ogni selezione è il risultato di una ricerca compulsiva e metodica insieme, quasi archeologica. Il disco non viene scelto perché funziona, ma perché sopravvive. Perché ha ancora qualcosa da dire nel presente, anche se il presente non lo ha mai davvero ascoltato.
In questo senso Fanciullo, considerato dalla critica il riferimento per la Mediterranean Wave italiana, si inserisce in una genealogia precisa della cultura musicale italiana contemporanea: quella dei selezionatori più che dei performer, dei costruttori di archivi più che dei creatori di format. Una figura che oggi ha più a che fare con la curatela culturale che con la performance in senso stretto.

C’è poi il suo rapporto con Ortigia e con il record shop Malamore, co-fondato e vissuto come estensione fisica dello stesso principio: lo spazio come deposito attivo, non come vetrina. Anche qui, niente estetica patinata. Piuttosto un’idea di musica come materia in continuo scambio con il territorio.
Definirlo DJ sarebbe riduttivo, e forse persino fuorviante. Fanciullo è un selezionatore di tracce del tempo, uno che usa il vinile come se fosse una lente d’ingrandimento puntata su ciò che la cultura musicale tende a dimenticare troppo in fretta.
E in un’epoca in cui tutto tende a diventare flusso, la sua pratica insiste su un principio semplice e quasi inattuale: che ogni suono, per esistere davvero, ha bisogno di essere ritrovato.

