Questo è un omaggio all’uomo prima che al giornalista. A chi c’è, senza proclami, senza inchini, con un sorriso disarmante. A chi resiste mentre molti passano
di Massimo Reina
Questo non è un omaggio a un direttore.
Non è nemmeno un tributo a un giornalista. È, prima di tutto, un omaggio all’essere umano. A Fiore Sansalone come simbolo di tanti uomini e donne che non fanno rumore, non chiedono applausi, non occupano palchi, ma ci sono. Sempre. E non mollano mai.
In un tempo che premia l’apparenza e punisce la coerenza, esistono ancora persone che resistono senza bisogno di raccontarlo. Non scrivono di sé, non si mettono al centro, non trasformano la propria fatica in moneta di scambio. Fiore Sansalone è uno di loro. E raccontarlo significa raccontare un’idea di dignità che oggi sembra fuori catalogo.
Direttore de La Voce agli Italiani, giornalista d’altri tempi nel senso più nobile e più scomodo dell’espressione. Di quelli che non si sono mai venduti perché non hanno mai pensato che fosse una possibilità. Di quelli che non si vendono oggi e non si venderanno domani perché la loro indipendenza non è una posa ma una condizione naturale. Non è eroismo, è struttura. Non è rigidità, è identità.
Fiore Sansalone fa parte di quella razza in via di estinzione che considera il giornalismo non una carriera ma una responsabilità. Scrivere per dire, non per piacere. Dirigere senza compiacere. Restare liberi non per orgoglio ma per rispetto verso chi legge. In un mestiere dove molti hanno confuso la schiena dritta con l’isolamento e l’indipendenza con il narcisismo, lui è rimasto semplicemente coerente.
Calabrese di ferro, senza folclore e senza bandiere sventolate. Calabrese nel senso autentico, quello quello che non si piega, della parola mantenuta, della fatica che non chiede medaglie, che non fa inchini fuori luogo. Uno che ha conosciuto problemi di salute seri, di quelli che ti mettono davanti a te stesso senza filtri, e li ha affrontati come affronta tutto il resto: senza piangersi addosso, senza usare la sofferenza come alibi, senza arretrare di un millimetro. E mentre combatteva, ha continuato e continua a fare il suo lavoro. A dirigere. A scrivere. A sorridere. Perché c’è un modo di affrontare la vita che non ha bisogno di proclami. È il modo delle persone vere. Quelle che soffrono, ma non recitano. Che resistono, ma non si mettono in posa. Che hanno quel sorriso genuino che non è ottimismo di facciata, ma dignità profonda.
Perché solo chi è davvero forte può permettersi di sorridere senza ostentarlo. Solo le persone vere riescono a restare tali anche quando il corpo chiede tregua.
Fiore Sansalone non è un personaggio. È una persona. E oggi, nel giornalismo italiano, questa è una differenza enorme. In un’epoca in cui molti scambiano la visibilità per valore e la fedeltà per convenienza, lui è rimasto un uomo tutto d’un pezzo. Non perché sia infallibile, ma perché è integro. E l’integrità, in questo mestiere, è diventata una forma di disobbedienza.
Questo non è un elogio rituale né una carezza tra colleghi. È un riconoscimento necessario. Perché senza uomini come Fiore Sansalone il giornalismo non diventa peggiore. Diventa superfluo. E l’inutilità, per chi crede ancora che informare serva a qualcosa, è la più grande delle sconfitte.
Continua così, Fiore. Non perché sia facile. Ma perché è giusto. E perché alla fine restano quelli come te. Tutti gli altri passano. Facendo rumore solo un attimo.

