di Massimo Reina
Trent’anni fa finiva contro un albero un ragazzo con la faccia da eterno liceale e lo sguardo che sembrava sapere già tutto della vita e della morte.
ames Dean, 24 anni, tre film, zero Oscar, e una posterità che farebbe invidia a qualunque divo da rotocalco.
Lo chiamavano “il ribelle senza causa”. In realtà la causa ce l’aveva: dire no. No ai genitori modello anni ’50 che volevano figli-fotocopia. No a Hollywood, che lo voleva liscio e rassicurante, mentre lui si presentava spettinato, tormentato, sempre sul filo del collasso nervoso. No all’America che sbandierava il sogno a stelle e strisce, quando per i giovani era già diventato un incubo di regole, orari e catene di montaggio.
È morto a 24 anni, e dunque non è mai invecchiato. Non ha mai fatto spot di dentifrici, non ha mai cantato “Happy Birthday” a un presidente, non ha mai girato sequel imbarazzanti di se stesso. Ha avuto il privilegio di fermarsi in corsa, come certi eroi greci che preferivano la gloria eterna alla vecchiaia.
Trent’anni dopo, James Dean è diventato un marchio. Hollywood, che non sapeva cosa farsene da vivo, da morto lo ha canonizzato: santino laico da appendere in cameretta. Il ribelle è stato mummificato dal sistema che voleva combattere. Ma non per sempre: quella fabbrica di denaro e ipocrisia non c’è riuscita fino in fondo, anzi. Per la maggior parte delle persone, infatti, di James resta l’occhio, quell’occhio malinconico che non sorrideva mai.
Resta la giacca rossa che gli stava addosso come una ferita aperta. Resta la leggenda di un ragazzo che in tre film ha spiegato più cose sull’adolescenza di quanto abbiano fatto decenni di sociologi. Resta un mito, e forse James Dean non è mai morto. Perché ogni volta che un ventenne guarda il mondo e pensa “non è fatto per me”, lì, in quell’istante, c’è il fantasma di Dean che fuma la sua ultima sigaretta.

