di Vito Sorrenti
Durante il discorso per il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, a Stoccolma, Montale ebbe a dire: «La poesia è un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo».
Da ciò possiamo dedurre che la poesia non ha un’utilità pratica immediata, ma, allo stesso tempo, non reca danno a nessuno. E, a parer mio, si potrebbe aggiungere che proprio in questa apparente inutilità risiede la sua libertà: la libertà di chi la compone per sé e per chi la ama.
E allora, perché criticare coloro che si dedicano, nel tempo libero, a scrivere poesie? Perché scrivono banalità? Perché non hanno alcun valore poetico, filosofico o spirituale? Perché sarebbe una forma di vanità?
A prescindere dal valore salvifico e curativo della poesia, io penso che chi dedica il proprio tempo a coltivare una passione che non arreca danno ad alcuno dovrebbe essere incoraggiato, non ostacolato o criticato. Non fosse altro perché, così facendo, oltre ad appagare un desiderio personale, arricchisce la propria cultura e, di conseguenza, la propria umanità, la propria moralità e la propria spiritualità e, nei casi migliori, rende anche un servizio alla comunità.
Non a caso, Percy Bysshe Shelley scriveva che «i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo».
Ma anche quando il risultato non è eccelso, resta il valore del gesto: l’esercizio dell’interiorità, la ricerca di «quel nulla di inesauribile segreto», per dirla con Ungaretti.
E poi rimane il fatto che, se la poesia arde come una fiamma nei cuori degli esseri viventi fin dagli albori della vita, ci sarà pure un perché.
E comunque, anche se fosse una forma di vanità, mi chiedo: chi ne è davvero esente? Il Qoelet ci insegna che tutto è vanità e un rincorrere il vento: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». Se tutto è vanità, allora anche la critica lo è; e forse è più nobile la vanità di chi crea rispetto a quella di chi critica, o peggio, deride.

