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Marano Principato – Lo scorso 17 luglio 2025, presso il Museo Cesare Baccelli, si è svolto il laboratorio artistico del progetto “Mind the Step”, condotto dall’artista Roberto Mendicino.

L’iniziativa ha unito riflessione artistica, narrazione personale e valorizzazione del territorio calabrese, confermandosi come uno degli appuntamenti centrali dell’unico progetto in Calabria approvato e finanziato dal Ministero della Cultura tramite il PAC (Piano per l’Arte Contemporanea) 2024.

Curato da Stefania Bosco e Francesco Musolino, Mind the Step ha promosso il dialogo tra arti visive contemporanee e paesaggio locale, culminando nella creazione di un’opera permanente per il museo, firmata da Elisa Sighicelli, artista torinese di fama internazionale.

Durante il laboratorio, Mendicino ha presentato in anteprima la sua nuova opera La porta – una tela di 120x80 cm – in dialogo simbolico con l’installazione Not For Sale della Sighicelli. L’opera ha esplorato i temi del confine, della memoria e dell’identità collettiva, intrecciando pittura e fotografia.

L’artista ha guidato i partecipanti attraverso la propria evoluzione stilistica, dalle prime sperimentazioni giovanili fino alla fase simbolico-surrealista attuale, con il supporto di una selezione di opere commentate e contenuti video originali.

 

 

Durante la serata sono stati proiettati tre video: uno curato dalla dott.ssa Giusy De Iacovo, che ha documentato le fasi di lavorazione de La porta, e due video realizzati da Gino Mendicino – il primo dedicato a una selezione di dipinti premiati di Roberto Mendicino, il secondo incentrato sul processo creativo dell’opera La scena oltre.

L’evento è stato introdotto dalla storica dell’arte Stefania Bosco, curatrice del progetto, che ha messo in luce le qualità artistiche di Roberto Mendicino e il valore del suo percorso espressivo all’interno del dialogo tra arte contemporanea e memoria territoriale.

Presente all’iniziativa, in rappresentanza del Comune di Marano Principato, il sindaco Pino Salerno, che ha voluto testimoniare con la sua partecipazione il sostegno dell’amministrazione comunale a progetti capaci di valorizzare la cultura e il territorio. Accanto a lui l’assessore alla cultura Lia Molinaro, che ha sottolineato l’importanza del legame tra arte contemporanea e comunità.

La locandina del laboratorio è stata curata graficamente da Elena La Regina, che ne ha interpretato i temi con coerenza visiva e sensibilità.

Mind the Step si è confermato un’occasione di ascolto e trasformazione, capace di far dialogare arte, territorio e memoria.

Analisi del nuovo lavoro di Roberto Mendicino.

Roberto Mendicino firma un’opera intensa e stratificata, ispirata all’installazione fotografica di Elisa Sighicelli esposta nel maggio 2025 al Museo Cesare Baccelli di Marano Principato. Non si tratta di una mera trasposizione pittorica, bensì di una profonda rielaborazione poetica e simbolica, che intreccia memoria, identità e visione in un linguaggio figurativo denso di riferimenti e suggestioni.

La scena si svolge in un paesaggio onirico, quasi marziano, fatto di dune rosso fuoco e un cielo cupo attraversato da nubi drammatiche. In questo contesto surreale, sospesa nel nulla, si staglia una porta blu-viola: è la porta appartenuta all’ex sindaco Pietro Tenuta, figura centrale nella fondazione del Premio Pandosia insieme a Cesare Baccelli. L’oggetto, citato direttamente dall’opera della Sighicelli, assume qui un forte valore simbolico: soglia tra reale e irreale, tra privato e collettivo. Ad essa si aggrappa con grazia e tenacia una pianta di glicine, altro elemento ereditato dall’installazione fotografica, dove la vegetazione si intrecciava al cancello. Mendicino ne fa un gesto poetico: una sola foglia emerge dal centro della porta, come un respiro della natura nel cuore dell’artificio, un segno di vita che trapassa la soglia.

In primo piano, una figura femminile inginocchiata con la macchina fotografica tra le mani sembra voler congelare un istante. È insieme la Sighicelli e lo spettatore stesso: l’artista che documenta, ma anche colui che osserva e contempla. Quel gesto introduce un tempo sospeso, una pausa meditativa che evoca le atmosfere metafisiche di De Chirico. Anche la composizione, fatta di elementi isolati e immersi in un vuoto teatrale, rimanda al surrealismo silenzioso di Magritte, dove tutto è chiaramente rappresentato ma profondamente enigmatico. La porta, la fotografa, la chiesa: ciascun elemento è nitido, eppure il loro legame rimane simbolico, aperto, evocativo.

Sul fondo, in controluce, compare una chiesa dalle linee armoniose e classicheggianti. A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un riferimento topografico, forse Santa Maria delle Grazie, ma si tratta in realtà di un edificio immaginario. Mendicino non intende raffigurare un luogo reale, bensì evocare un’idea universale di sacralità e mistero. Quella chiesa, immersa nel paesaggio desertico, non è un segno geografico ma mentale: un’icona interiore, un archetipo spirituale che parla al senso collettivo del tempo, della memoria, della soglia tra visibile e invisibile. La sua apparente familiarità genera riconoscimento, ma l’assenza di un riferimento preciso amplifica l’atmosfera sospesa e visionaria dell’intero quadro.

Dal punto di vista tecnico, l’opera è costruita con una raffinata ricerca cromatica. I toni caldi delle dune e del cielo contrastano con i toni freddi della porta e della chiesa, generando un equilibrio drammatico e simbolico. Le ombre lunghe e nette suggeriscono un’ora precisa ma irreale, come se il tempo fosse sospeso in un eterno crepuscolo. Il tratto pittorico è nitido ma morbido nei passaggi, e conferisce respiro e profondità alla materia visiva.

Con quest’opera, Mendicino costruisce un dialogo intenso tra pittura e fotografia, tra memoria e visione, tra simbolo e territorio. L’omaggio a Elisa Sighicelli si trasforma in una narrazione autonoma, dove la porta diventa un varco di senso, il glicine un filo di memoria vivente, e la fotografa un ponte tra gli occhi e l’invisibile. Nel solco poetico e visionario di De Chirico e Magritte, l’artista firma un lavoro capace di essere insieme locale e universale, intimo e sospeso, restituendo al paesaggio di Marano una dimensione senza tempo, simbolica e profondamente umana.

 

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